“Piccola borghesia? Ha un futuro tra robot e computer!

ceto-medio2Da una mia intervista a L’Unità, Lunedì, 23 Novembre 2015 pag. 9.

Tre settimane fa sono stato a New York ad un convegno della Columbia University proprio su questo tema: la proletarizzazione del ceto medio. E’ un fenomeno che riguarda tutto l’Occidente. E che avrà implicazioni impensabili nel giro di pochi anni.

Professor Domenico De Masi, in Italia se nel 2002 il 70 per cento delle persone si autodefinivano “ceto medio” ora sono solo il 42% sebbene in aumento del 3% rispetto al 2014. Lei sostiene si tratti di un fenomeno quasi globale.
«Dal 2004 al 2014 a parte Brasile e Cina, dove la ricchezza ha permesso alla cosiddetta “classe C” di allargarsi rispettivamente di 30 milioni su un totale popolazione di 200 milioni e di 300 milioni su 1,4 miliardi totali, la proletarizzazione del ceto medio riguarda tutto il cosiddetto Occidente. E’ un fatto rilevante che mette in discussione la stessa società industriale che si basa sulla nascita nell’ottocento della borghesia, una nuova classe fra aristocrazia e contadini. Fino ai giorni nostri la borghesia si è allargata sempre più, diventando la classe più rappresentata: prima i commercianti e i professionisti, poi i proletari che si arricchivano e nel dopoguerra vanno ad ingrossare la “middle class”. Per la prima volta da 200 anni a questa parte siamo davanti ad una inversione di tendenza: la borghesia si assottiglia. E neanche tanto piano».

La causa però appare essere soprattutto la crisi economica.
«Lo è solo in piccola parte. La verità ormai conclamata è che siamo davanti ad un fenomeno molto più epocale di una crisi economica, seppur grave. Ed è un fenomeno sociologico che ha ragioni varie: demografiche e, soprattutto, tecnologiche».

Per lei dunque la ragione principale è il progresso tecnologico e le sue implicazioni sul modo di vivere e di produrre?
«Certamente. La tecnologia nell’800 ha creato la classe media perché ha sostituito i cavalli con le macchine, i contadini con gli operai. Ora invece con l’avvento e il sopravvento delle macchine elettroniche, e in un futuro molto vicino dei robot, gli operai verranno progressivamente sostituiti dai tecnici e poi i tecnici dalle macchine stesse. Pensi solo agli impiegati di banca o delle agenzie di viaggi che oggi sono sostituiti da software su internet: sono tutti posti di lavoro che non torneranno».

Mi viene spontanea una osservazione economica: ma se, come sembra, arriverà la ripresa? La nuova ricchezza prodotta a chi andrà? Nello scenario da lei descritto, se non andrà alla classe media, saranno i ricchi ad arricchirsi ulteriormente?
«E difatti questa è la grande domanda del XXI secolo. La ripresa non produrrà nuovi posti di lavoro. La dimostrazione viene proprio da Unicredit: la più grande banca italiana taglia migliaia di posti di lavoro adesso che c’è la ripresa e non l’ha fatto durante la crisi. Proprio perché la ragione della ristrutturazione è tecnologica (il lavoro degli sportellisti non mi serve più) e non economica. Lo scenario più plausibile è che tutta la produzione materiale (merci e prodotti) si sposterà in Cina e che tutta la produzione intellettuale (idee ed estetica, cioè spettacolo e arte) si sposterà in India. Detto questo però il problema fondamentale è: cosa daremo da mangiare a 5 miliardi di persone che non avranno più lavoro?».

Una domanda apocalittica. Esiste una risposta plausibile?
«Ci sarà per forza di cose una rivoluzione copernicana: dovrà cambiare il modello di sviluppo. In una prima fase ci sarà necessariamente una riduzione drastica dell’orario di lavoro. Ma neanche questo basterà per dare un’occupazione a tutti. Nonostante molti economisti ancora non l’abbiano capito o accettato, l’unica risposta possibile è slegare il salario dal lavoro, che in pochissimi potranno avere».

Questo comporta la fine del sistema capitalistico: l’impresa privata come architrave dell’economia. Un cambio epocale. E in questo senso il ruolo del pubblico, dello Stato tornerebbe centrale, no?
«Il problema del capitalismo infatti è stato sempre quello della distribuzione della ricchezza. Ci siamo sempre appellati alla mano invisibile del mercato. Che però ha fallito: oggi 85 persone detengono la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone. Un sistema insostenibile anche perché se questa moltitudine di persone non ha i soldi per comprare, i beni prodotti rimarranno nei magazzini. E ci rimarranno ancor di più in futuro».

A queste persone lei sostiene bisognerà dare un salario slegato dal loro lavoro. Una sorta di reddito di cittadinanza.
«Non c’è il minimo dubbio. Un reddito che sarà legato al solo fatto di esistere, al diritto all’esistenza. Un sogno per un napoletano come me, a rimanere fregati saranno i milanesi (ride)».

Ma il welfare State, lo Stato sociale non è stato rottamato?
«Un altro paradosso: lo stiamo riducendo proprio perché non c’è più classe media ma lo dovremo reintrodurre per evitare che la maggior parte della popolazione diventi povera».

Per farlo serve uno Stato forte. Lei, professore, proprio su l’Unità sta tratteggiando un nuovo socialismo, un nuovo Sol dell’Avvenire…
«Beh, lo Stato forte può essere rappresentato da uno Stato socialista ma anche da uno stato autoritario. Non proprio la stessa cosa. Dipenderà anche dal ruolo dell’opinione pubblica e dal futuro della democrazia».

Parliamo di tempi. Si può stimare in quanti anni questo processo andrà in porto?
«E’ difficile dirlo. La rivoluzione tecnologica è stata repentina: dieci anni fa Google e Facebook erano appena stati inventati. I processi di cambiamento anche sociale sono molto più veloci: se volessimo azzardare una data, potremmo dire il 2030. Quando sfortunatamente non ci sarò più».

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